Quando il trentatre si chiamava diciannove

Ed il tredici non esisteva

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un professore di diritto costituzionale che scrive un blog che non dovrebbe occuparsi di diritto costituzionale

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giovedì, 24 settembre 2009

Vecchi anfibologici

bici_stencilAncora gli anni ottanta. C'era un vecchio - o almeno tale sembrava a noi ragazzetti - che girava spingendo una vecchia bicicletta attrezzata a "tazebao" ambulante. Aveva barba e baffi lunghi e un vago aspetto da Rabindranath Tagore.
I suoi messaggi, scritti con grandi e irregolari pennellate, criticavano la "gioventù moderna" ed inneggiavano a un qualche dio.
Un doppio cartellone recitava da una parte: "i tuoi figli non ti danno retta perchè hanno troppi soldi in tasca", mentre sul retro si leggeva: "se non dai soldi ai figli vanno a rubare".
Probabilmenta era un ospite di San Salvi ma spesso lo si incontrava in giro per il centro; lo ricordo principalmente nella zona della stazione, o anche in zona stadio in occasione delle partite.
Talvolta, senza la bici ma come "uomo sandwich", entrava anche dentro lo stadio verso la fine delle partite con i suoi cartelli bilaterali.
Fu in una di quelle occasioni che - mi dicono - venne travolto dai tifosi durante una pacifica invasione di campo di fine campionato e c'è chi lo ricorda a terra fra la folla mentre cerca di recuperare i brandelli dei suoi poveri cartelloni strappati.
postato da: ProfStanco alle ore 11:04 | link | commenti (1)
categorie: phil
lunedì, 21 settembre 2009

La vecchina dell'olio Sasso

0002219_m
La vecchina dell'olio Sasso viveva all'angolo fra via Gioberti e via Cimabue.
Con qualsiasi tempo.
Portava un abito nero.
Un abito di campagna.
Uno di quei vestiti che sembravano uscire dal sussidiario, dalle pagine sui Sassi di Matera.
Quando i Sassi di Matera erano il segno della preistoria e non un luogo di charme e turismo di lusso.
Cieca.
Il bastone bianco.
In piedi.
Una lattina di olio Sasso fra le mani.
Chiedeva l'elemosina senza chiedere nulla.
Semplicemente stando in piedi.
Semplicemente perché tutti la conoscevano.
Di ragazzi era un abitudine tuffare qualcosa in quella lattina.
Un sasso, una manciata di pasta, qualcosa che facesse rumore ma non fosse una lattina.
Lei se ne accorgeva.
Sempre.
Muovendo agile il bastone bianco.
A colpire gli stinchi.
Un sorriso maligno.
Non era allegra la vecchina dell'olio Sasso.
Non era nemmeno buona.
Aveva la cattiveria delle monetine contate e ricontate.
La cattiveria dei soldi sotto il materasso.
Tanti soldi, si disse quando morì.
Si disse senza saperlo.
Perché aveva un figlio.
Che nessuno conosceva.
Un figlio normale.
Un peccato di gioventù.
Che indossava come se fosse pioggia.
Con la stessa allegria di un mendicante sotto la pioggia di novembre.
Perché la vecchina dell'olio Sasso si ricorda solo nei giorni di pioggia.
In un angolo che è diventato giornalaio ed articoli di cucina.
postato da: ProfStanco alle ore 10:18 | link | commenti (4)
categorie: profstanco
lunedì, 02 febbraio 2009

Il Marchi (Storie dal seminario)

reliquiarioNella nostra classe, al liceo, facevano buca i seminaristi.
Non si sa per quale ragione, l'arcivescovado mandava da noi i suoi teneri virgulti seminariali.
Paffutelli e sofferti.
Con quell'aria da buco strappato di sacrestia che hanno i ragazzetti cresciuti in mezzo ai preti.
Le loro vocazioni hanno avuto esiti piuttosto singolari.
Uno ha un'osteria in pieno centro e se ci vai ti guarda con l'aria di quello che dice: Per piacere, non dire nulla. Fa' conto che 'un ci si sia mai conosciuti.
Un altro è in attesa di giudizio per aver ambientato il proprio archetipo in deretani vietati dalla legge.
Uno, però, ha fatto carriera e puzza quasi di cardinale.
E' il Marchi.
Il Marchi veniva dalle campagne di Ponsacco e aveva una fame incoativa.
Alla fine dei pasti, in seminario, si alzava per ultimo e ne approfittava per infilarsi in tasca tutti gli avanzi dei piatti.
Era golosissimo di polli.
Avrebbe passato la vita a mangiare polli.
Una volta, riuscì a trafugare un pollo arrosto intero.
Se lo infilò sotto la tonaca e sparì in sagrestia.
Il problema erano le ossa.
Non sapeva dove nasconderle.
Aprì l'armadio degli oggetti di culto e li infilò nel reliquiario.
Sono ancora lì.
E, da allora, una volta all'anno vengono portati in processione per non so quale festa.
Forse, San Brunone.
Il Marchi, adesso rettore del seminario, non si fa nessun problema a dirci messa davanti.
Con un certo sorriso di bambino grassottello che lo fa essere quasi simpatico.
postato da: ProfStanco alle ore 11:13 | link | commenti
categorie: profstanco
mercoledì, 07 gennaio 2009

San Niccolò (Le storie di Franco)

OsteriaSanNiccolòDi Franco e della sua osteria si è già raccontato.
Esiste ancora.
Ma non c'è più Franco, né i suoi clienti.
E' diventata un posto come tanti.
Come troppi.
E' stata il luogo di sbronze colossali.
Difficile tornare a casa in vespa.
Difficile fermare il soffitto una volta a letto.
Difficilissimo reggere una conversazione con il genitore ancora in piedi che malignamente intraprendeva dialoghi sempre più complessi solo per verificare le capacità di resistenza del figlio.
Era anche il luogo di figuracce allucinanti.
Una più di altre.
Tavolata di una decina di idioti brufoleggianti e avvinazzati.
Cameriera giovane e carina che si avvicina senza fare rumore.
Il tavolo è messo in maniera tale da dividere i commensali fra coloro che hanno le spalle al muro e coloro che hanno le spalle alla sala.
L'infelice che scrive aveva le spalle alla sala ed era già dimolto avanti con il vino.
Con voce forte e baritonale: Ma voi, amici, che preferite pigliallo in bocca o in culo?
Rispose la cameriera: Dipende, nini, dipende da se chi te l'appoggia gli è pulito perbene o no.
postato da: ProfStanco alle ore 09:52 | link | commenti (2)
categorie: profstanco
lunedì, 29 dicembre 2008

Fiocchino (Il vino di ieri)

DamigianeLe damigiane sono morte da tempo.
Sono diventate lampade in osterie di charme o, più spesso, residui di cantine svuotate abbandonati in una isola ecologica.
Quando il trentatre si chiamava diciannove, il vino si comprava ancora a damigiane.
Veniva bevuto a damigiane.
Una damigiana al mese nella mia famiglia.
Portata da Fiocchino, strano personaggio che viveva a Montalcino e vendeva il Sangiovese della sua vigna a quintali e non a bottiglie millesimate.
Un vino straordinario.
Potente e socratico.
Che veniva bevuto con il cocomero d'estate e con la polenta di inverno.
Senza nessuna distinzione da sommellier.
Orgogliosamente buono a tutto.
Fiocchino non si cambiava mai la camicia.
Aveva sempre la stessa, a dadini, con il collo talmente consunto da non poter nemmeno essere definito sudicio.
Il collo era stretto da un papillon altrettanto vissuto.
Girava con un furgone OM che poteva essere un barroccio.
Aveva una moglie bella ma malatissima.
Mia madre gli chiedeva sempre della moglie: Fiocchino, come sta la su' moglie?
--> Stia zitta signora, l'è sempre a Grosseto, in ospedale. Mi pare che 'un ci capiscano nulla.
Andò avanti per un paio di anni.
O forse di più.
O forse di meno.
Ricordo solo che a un certo punto, Fiocchino rispose: Stia zitta, signora. L'ho capito perché la stava all'ospedale. L'era la ganza di' dottore, quel popò di sudicia.
Fiocchino si separò dalla moglie.
Sposò, dopo qualche anno, una polacca che fu ritualmente presentata a mia madre e mio padre, i quali non commentarono.
Inevitabilmente, la polacca gli mangiò tutto, vigna compresa, e il povero Fiocchino è morto un paio di anni fa, povero sbucciato.
postato da: ProfStanco alle ore 18:07 | link | commenti
categorie: profstanco
lunedì, 01 dicembre 2008

Pornazzi

PornazziI pornazzi sono stati una parte importante della nostra educazione sentimentale.
Dal genere a fumetti, Storie di corna vissute, Lando, Wallenstein, al genere patinato, Play boy, Penthouse, Hustler, Club, etc.
Le ore aveva un raro carisma nazionalpopolare.
Era la Rete 4 dei pornazzi.
Nessun tentativo di entusiasmi culturali.
Nessuna mediazione patinata o glamour.
Immagini nude e crude accompagnate da testi sul genere Agnese la sudanese ciuccia l'arnese.
Il pornazzo era difficile da acquistare.
Una volta ottenuto il coraggio di chiedere al giornalaio più lontano da casa che si potesse trovare, dopo un appostamento di giorni per individuare il momento giusto, Scusi, ha Le ore? uno si trovava a dover combattere con una risposta sul genere E te, nini, che ce l'hai diciotto anni?
Il giornalaio del Ponte del pino era - ed è - stretto fra una strada e un parcheggio.
Teneva i pornazzi sul lato del parcheggio, in esposizione, accanto ai fumetti (il bravo giornalaio consente sempre al cliente timido di fare un panino di pornazzi e Micro Mega, raddoppiando il guadagno e sorridendo ironico sul disgraziato che si trova a dover leggere Il Mulino in cambio di un po' di attività manuale).
La tattica era arrivare con un borsone sportivo, di quelli da contorsionista, appoggiarlo in terra, consultare i fumetti e infilare nel borsone un po' di pornazzi senza farsi scoprire dal giornalaio.
Naturalmente il giornalaio si rendeva perfettamente conto della operazione che subiva con spirito da filantropo del cazzo.
Il secondo problema era il nascondiglio dei pornazzi.
Ognuno aveva i suoi, piccoli tesori, gelosamente custoditi.
Il mio era dentro un Fort Alamo di cartone nell'armadio dei giochi.
Il mio migliore amico li nascondeva sotto ad un cassetto nella sua stanza.
Il destino di questi nascondigli è di venire dimenticati, una volta esaurito il furore manuale che ne giustificava l'alimentazione.
Così è successo che la stanza del mio amico sia diventata la stanza del fratello del mio amico.
Che la sua mamma abbia deciso di effettuare una pulizia straordinaria approfittando delle vacanze.
Che il disgraziato sia tornato dalle vacanze stanco ma felice sull'ora di pranzo.
Trova apparecchiato.
Ma niente piatto: al suo posto, c'è una pila di pornazzi piuttosto alta.
Guarda stupefatto la sua mamma.
Che priva di qualsiasi pietà o umana comprensione, ricambia schifata e lo invita a tornare di dove è venuto portandosi da leggere, aggiungendo vari Porco, Da te non me lo aspettavo, etc.
Nessuno ha mai avuto il coraggio di accollarsi il disguido.
In compenso, sabato mia madre si è decisa a riordinare l'armadio dei giochi e ho avuto un sussulto quando ho visto Fort Alamo appoggiato sulla moquette rossa della mia infanzia.
Francamente non ricordo di averlo mai svuotato.
postato da: ProfStanco alle ore 09:30 | link | commenti (5)
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martedì, 25 novembre 2008

Bachi

BachiNotte.
Inverno.
Una decina di brufoli si incontrano.
Hai rotto la finestra della tua classe?
--> Si, è quella al terzo piano. L'ultima da sinistra. Quasi al centro.
Iniziano a scalare le impalcature - rifacevano le facciate e non c'erano gli allarmi - verso la finestra rotta.
Come ladri.
Negli zaini, un carico prezioso: venti chili di autentici bachi da pesca coreani.
Puzzolentissimi.
Il venditore aveva assicurato che sarebbero diventati mosche nel giro di poche ore.
Entrano dalla finestra rotta.
La scuola è buia.
Immobile, ma piena di rumori.
La esplorano.
Scoprono la stanza dei professori.
Riempiono gli angoli delle stanze con i bachi.
Scappano.
Orgogliosi.
Certi della chiusura dell'istituto per ragioni di salute pubblica.
Sperando nell'articolo su La Nazione.
Naturalmente, non successe nulla.
Il giorno dopo il riscaldamento si guastò.
I poveri bachi morirono assiderati.
Restarono le fotocopie dei compiti di greco che un previdente profstanco aveva trafugato dalla stanza dei professori.
postato da: ProfStanco alle ore 13:33 | link | commenti (2)
categorie: profstanco
martedì, 18 novembre 2008

Poppe (Via delle Casine)

ViaDelleCasineVia delle Casine è una strada del centro di Firenze.
Stretta fra via dei Malcontenti e Montedomini.
Bella.
Lontana dalla confusione.
Assomiglia alla Washington Meadows di Martin Mystere.
Ci si andava.
Dopo avere bevuto in San Niccolò.
Ci s'andava per camminare quel tanto che consentiva di recuperare un minimo di equilibrio.
C'era, in via delle Casine, una tipa.
Stava al primo piano.
Era estate.
Le undici di sera (Franco chiudeva presto).
Le finestre aperte.
La luce accesa.
Una luce di comodino.
Stenta ma efficace.
La tipa era dietro la finestra.
Ci intravide senza mostrarlo.
Quattro ragazzi che parlavano di donne con l'esperienza di un'acne ancora vivace.
Iniziò a spogliarsi.
Illuminata dal comodino.
Tolse la maglia.
Lasciò cadere il reggiseno.
Prese i seni in mano ed iniziò a palpeggiarli.
Li alzava e li abbassava.
Noi ci si appoggiò al muro.
Senza una parola.
Con lo stesso atteggiamento di pellegrini 'nanti il tabernacolo che avvia la strada.
Difficile dire quanto durò.
Per noi, tanto.
Finì con la tipa che chiudeva le persiane.
E noi che si continuava a passare da via delle Casine tutte le sere.
Ma la tipa non si vide più.

P.s.
L'immagine è di Giovanni Dall'Orto:
http://commons.wikimedia.org/wiki/User:G.dallorto
Grazie.
postato da: ProfStanco alle ore 08:42 | link | commenti (3)
categorie: profstanco
lunedì, 10 novembre 2008

Scopare ai tempi del Pacciani (Amori a quattro ruote)

P3001Quando il trentatre si chiamava diciannove, fare l'amore non era semplice.
La macchina era una opzione quasi inevitabile.
Ma estremamente rischiosa.
Il mostro di Firenze si aggirava nelle menti delle fanciulle con assiduità inquietante.
E uno non faceva a tempo a sbottonarsi i pantaloni che veniva affogato da una serie di: Ma che sei sicuro? Ohioi, ho sentito un rumore? Per piacere, scendi e controlla, no, anzi, andiamo.
Insomma, una mole di interruzioni che avrebbe smontato Mandingo.
Per evitarlo, ci si organizzava per tempo.
Il sabato pomeriggio, si posteggiava la macchina lungo il Vial dei Colli - dopo non era più possibile trovare posto.
La sera si raggiungeva la macchina col motorino.
Era incolonnata con altre macchine che ciondolavano sulle sospensioni come barche in rada.
L'organizzazione assomigliava a un gruppo di coloni in viaggio verso il West: i carri in cerchio e tutti pronti a difendersi reciprocamente.
Si saliva in macchina e si tappezzavano i finestrini con dei giornali.
Un primo indizio del tipo di ginnastica che si intendeva affrontare: stasera, mi sento intellettuale, piazzo Il Manifesto. Oppure voglio provare una esperienza autenticamente popolare: La Nazione. Snob: il Financial Times.
Piccole finezze, che facevano la differenza.
Il vero rischio erano gli amici.
Usava fare un giro sul Vial dei Colli alla ricerca di macchine conosciute.
Individuato l'infelice, si aspettava che la macchina iniziasse a sussultare per lanciare un petardone sotto la vettura urlando Al fuoco, al fuoco.
Inevitabile che il disgraziato saltasse giù dalla macchina con i pantaloni calati e si trovasse circondato da una banda di brufoli sghignazzanti.
Lo Zanardelli era un appassionato.
Ci si divertiva che pareva grullo e ci passava le serate.
Finché da una delle macchine che aveva preso di mira scese la sua ragazza.
--> Oh nini - disse lei - che pensavi dovessi continuare di molto a diacciammela 'n casa mentre tu andavi fòri co 'tu amici a fà 'sti scherzi del cazzo?
Era un po' piercola ma non le si poteva dare torto.
postato da: ProfStanco alle ore 09:01 | link | commenti (7)
categorie: profstanco
domenica, 02 novembre 2008

Grilli

grilliNegli anni '70 il giardino della Fortezza da Basso era davvero un giardino o
almeno credo che si avvicinasse ancora molto all'idea che doveva averne
avuto Giuseppe Poggi quando lo aveva progettato. Fra i cedri lungo le
cinquecentesche mura del Sangallo e i vialetti di lecci e tigli
passeggiavano mamme e nonne con infanti e bambini e, nel fine settimana,
intere famiglie munite di gelati e palloncini. Attorno alla grande vasca dei
cigni sfrecciavano biciclette e tricicli ma la vera attrattiva per noi
bambini erano quegli strani mezzi di trasporto che andavano sotto il nome
popolare di "grilli". Il nome credo fosse dovuto al movimento parallelo
delle gambe che, spingendo su una leva, facevano avanzare quell'incrocio fra
un triciclo e un sulky da trotto con movimento simile ai balzi dell'omonimo
insetto. Tutti diversi l'uno dall'altro per forma e colori venivano
affittati - per mezz'ora o un'ora - presso una casetta addossata alle mura
ed essendo oggetti assolutamente artigianali venivano anche manutenuti e
riparati lì sul posto. Noi bambini naturalmente all'epoca non sapevamo che
venissero realizzati da un artigiano dell'appennino che li aveva brevettati
nel dopoguerra né che lo sterzo fosse stato progettato in modo tale che la
ruota non potesse mai trovarsi perpendicolare al senso di marcia per evitare
pericolosi ribaltamenti. A noi bastava stringere quel piccolo volante in
mano e vedere i numeri, rigorosamente verniciati a mano, sulle fiancate per
sentirsi dei piccoli Fittipaldi e sfrecciar via fra le salite e le discese
del giardino in veri e propri gran premi improvvisati. I "grilli" avevano
naturalmente anche i loro inconvenienti poiché non era inusuale che saltasse
la catena di trasmissione o che si forasse una delle ruote; in quel caso
tornavamo mestamente - spingendo il mezzo a mano - dal noleggiatore che,
borbottando, lo sostituiva con un altro e iniziava a ripararlo lì sul
piazzale fra camere d'aria, pneumatici e fili per i freni.

Rimasi molto colpito, moltissimi anni dopo, nel leggere sul giornale del
furto di un "grillo" ad una bambina che lo aveva affittato alla Fortezza da
parte un piccolo nomade che lo avrebbe poi usato come mezzo di fuga dopo una
rapina.
postato da: ProfStanco alle ore 14:47 | link | commenti
categorie: phil